«an deiner statt» (2012)

Pressestimmen


Alberto Nessi

Testa dura


-Hai la testa dura- ha detto il poliziotto. Sì, Alì ha la testa dura, perché non vuole tornarsene al suo paese, quello che una volta era l’Arabia Felix e forse si potrebbe ribattezzare Arabia Ferox, un paese poverissimo. Lo Yemen, uno dei più antichi centri di civilizzazione, di cui Pasolini ha detto, in un suo libro: “Lo Yemen, architettonicamente, è il paese più bello del mondo. Sana’a, la capitale, è una Venezia selvaggia sulla polvere senza san Marco e senza la Giudecca…”. Oggi, politicamente, è un regime protetto dagli Stati Uniti.

Da dodici anni Alì vive in Svizzera. Una moglie, tre figli, niente lavoro. Prima lavorava legalmente, poi ha ricevuto la risposta negativa alla sua richiesta d’asilo e ha dovuto smettere di lavorare. Da qualche tempo ha un permesso temporaneo che gli consente di rimanere per motivi umanitari. Riceve l’assistenza dal Cantone. Ma laggiù non torna, l’ha detto chiaro e tondo nel corso di cinque incontri con i funzionari che l’hanno interrogato; anche dopo aver ricevuto una lettera minacciosa in cui si diceva che avrebbe potuto essere espulso con la forza. Subito penso al film di Melgar sui rimpatri forzati. Un connazionale di Alì tempo fa è stato rimpatriato dalla Svizzera in modo coatto ma, giunto a Sana’a, è stato imprigionato, ne hanno parlato anche i nostri giornali.

Oggi Alì mi racconta la sua storia in un bar di Chiasso; é il primo giorno di Ramadan e lui non beve neanche un bicchier d’acqua. Qui, dove negli anni Cinquanta del secolo scorso pensavo che la mia fosse una città piena di avventure. Ma per avventura, allora, intendevo un incontro meraviglioso, oppure imprese di contrabbando, o la storia imprevista che accade in un luogo di passaggio dove tutto è possibile. Per il mio interlocutore invece, si tratta della vita in pericolo: la sua avventura ha un sapore amaro. Me la racconta senza mollare il cappellino nero, sotto il quale spuntano capelli già grigi: ha quarantadue anni e, nonostante l’amarezza, gli occhi scuri ogni tanto sorridono. Occhi arabi. Alì è musulmano praticante, sunnita per la precisione. Mi parla di sunniti e sciiti, califfi e imam, ma ci capisco poco. La passione religiosa si rispecchia negli occhi di Alì: l’irrazionale è più forte della ragione.

Figlio di un commerciante, ha girato mezzo mondo e ora è qui nella città della mia giovinezza. Ultimamente su un quotidiano locale ho letto: “La città di Chiasso non è il Far West”; e appena un piccolo delinquente ruba una bottiglia di rum al supermercato il giornalista parla di Bronx: si vede che il Ticino non è proprio cambiato, è rimasto la Repubblica dell’Iperbole. Alì, con il suo linguaggio immaginifico dice: “Lasciano andare il cammello e corrono dietro al topo”.

Qui, davanti al bar, possiamo goderci la distesa di granito cinese con il quale il Comune ha tappezzato il centro, dove poco fa è stata fotografata una nostra consigliera nazionale avversa ai rifugiati. Granito cinese, non ticinese…

Alì parla bene italiano ma io faccio un po’ fatica a seguirlo perché la sua è una storia complicata. Dopo il liceo, avrebbe voluto diventare ingegnere. Ha una sorella in Svezia e tre fratelli al paese, uno dei quali schizofrenico: in prigione gli s’è sballato il cervello. Se n’è andato dal paese dopo la guerra tra sudisti e nordisti e dopo essere stato in prigione due volte. E durante il viaggio ha perso i documenti. Ora, da noi, è in un paese democratico, però si sente come un prigioniero senza prigione. Mi piace l’immagine: mi viene in mente Dürrenmatt, ma in questo caso la letteratura non c’entra. Alì ha vissuto anni come clandestino. Ora ha il permesso F ed è qui provvisoriamente. Situazione precaria. Che cosa sappiamo noi, campioni di democrazia, di permessi N, F, B, C ? A noi basta il permesso di condurre. Per gli immigrati, invece, il permesso ha un’importanza fondamentale. Dopo tutti questi anni lo Yemenita mi dice che potrebbe chiedere la nazionalità svizzera. E lui lo farebbe specialmente per sua figlia, che ora ha dieci anni. Non ha speranze, non glielo daranno mai lo statuto di rifugiato.

Alì è stato interrogato dalle autorità più volte: a Friburgo, Berna, Chiasso, Bellinzona… In Ticino ha lavorato un po’ dappertutto come aiuto in cucina, nel giardinaggio, come operaio di fabbrica, in un’impresa di pulizia, nella logistica. Poi l’hanno sistemato in un appartamento a Chiasso: se non avesse accettato lo avrebbero trasferito “ tramite le forze dell’ordine”, mi fa vedere il documento. Ma adesso non vede prospettive. “Farei qualsiasi lavoro. Posso andare anche a spaccare quella montagna”, dice puntando lo sguardo oltre le case. Rimpiange il fatto di non aver potuto partecipare alle manifestazioni, nel suo paese, sull’onda della primavera araba. Ma pensa ai suoi figli e non vuole tornare, perché rischia la prigione. Per fortuna ha una bella testa dura, sotto quel cappellino nero.


Alberto Nessi (1940) vive a Bruzella, nella valle più meridionale della Svizzera italiana. È stato insegnante. È poeta e narratore. Pubblicazioni più recenti: “La prossima settimana, forse”, ed. Casagrande, Bellinzona (apparso anche in traduzione francese, tedesca e portoghese); “Ladro di minuzie”, raccolta antologica di poesie, ed. Casagrande, Bellinzona.


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